Caffè Lungo: Il mondo che non c’era più

Era l’età dell’innocenza, quel momento di passaggio in cui dall’essere bambini molti di noi stavano diventando ragazzi, lo sguardo sfrontato ed entusiasta verso un domani che non faceva altro che promettere sogni da realizzare. Era l’età del progresso, di un nuovo millennio in cui il futuro sembrava a portata di mano; non c’erano timori, non c’erano paure, avevamo superato indenni il Millenium Bug, tutto sarebbe stato in discesa.

Era l’età in cui gli anni Novanta, mesti e goderecci allo stesso tempo, lasciavano spazio agli anni Duemila, futurismo e tradizione sarebbero andati a braccetto, dicevano. Era l’età in cui l’altro, il diverso, non faceva paura, ma instillava in ognuno un desiderio di conoscenza e scoperta, come un bisogno di respiro esotico per andare oltre le quattro mura che ci eravamo costruiti. Era l’età in cui il pianeta iniziava a soffrire, ma eravamo tranquilli, ci sarebbe stato tempo per rimediare.

Era l’età in cui gli 883 si sentivano in ogni radio e canticchiando si poteva coprire il rumore dei cieli squarciati dai caccia che volavano verso Est, verso guerre lontane di cui non avevamo né il diritto né il dovere di preoccuparci. Era l’età della Melevisione e del commissario Rex in tv, l’età dove si cantava di cancellare il debito all’Africa. Era l’età dei modem rumorosi e lenti, ma che ti connettevano con il mondo. Era l’età in cui andava bene così.

Poi, una mattina, due aerei che planavano a bassa quota hanno interrotto tutto. Nelle fiamme sopra il cielo di New York bruciava la speranza, le macerie dei giganti che crollavano ricoprivano i sogni del domani, ne uscivano paure e angosce, avvolte dalla polvere come i camion dei pompieri che da Manhattan si erano precipitati al World Trade Center. Che non c’era più, come il mondo che avevamo imparato a conoscere fino alla mattina dell’11 settembre 2001. Federico Bonati