Caffè Lungo: Il male non è un Joker

Come tante persone in tutta Italia, anch’io sono stato al cinema a vedere “Joker”. Non mi aspettavo un film che richiamasse costantemente al filone di Batman e così è stato; certo, i fatti si svolgono a Gotham City e lo spettatore incontra la famiglia di Bruce Wayne, poco più di un bambino nella pellicola, ma per il resto, questo film è tutt’altra cosa. Lasciate quindi perdere i paragoni con Heath Ledger, Jack Nicholson e Jared Leto.

Joaquin Phoenix, forse nell’interpretazione per cui verrà perennemente ricordato, non indossa i panni del “cattivo”, ma incarna l’essere l’ultimo tra gli ultimi. Vessato dalla vita, deriso, preso a calci (fisicamente e metaforicamente) da chiunque, abbandonato da un sistema che di lui non aveva mai voluto sapere nulla. Nel buonumore altrui cerca un barlume di luce, che viene costantemente strozzato in gola come le risate nervose che lo rendono ancora di più broderline. Finchè qualcosa non cambia e in lui sbocciano i fiori del male.

Il male non è un gioco e, soprattutto, Joker non è il male; o meglio, è la reazione, non la causa. Todd Phillips, il regista del film, ha voluto lanciare un messaggio che, temo, possa non essere colto al volo: è la società a creare Joker, siamo noi i responsabili delle sue azioni. Chi umilia, punisce, odia, fa violenza gratuita, fa soprusi nei confronti di qualcuno, instilla in quest’ultimo un germe che, alimentato da cattiveria e mancanza di rispetto e amore, non può che provocare l’eruzione, la follia, il caos che crea Joker. In una parola, il male.

Non esiste una soluzione, purtroppo. Il male è sempre esistito e sempre esisterà, magari non sempre in equilibrio con la sua nemesi, il bene. A noi non resta che il libero arbitrio e scegliere: scegliere di essere coloro che colpiscono e che “annaffiano” i fiori del male di un potenziale Joker o scegliere di essere quelli che tendono la mano, aiutano ad alzarsi, strappano un sorriso. Sincero, non come quelli di Arthur Fleck, uno che cercava un po’ d’affetto dalla vita ed è diventato il simbolo del male. Federico Bonati