Caffè Lungo: Garra romagnola

Ho sempre pensato, e mai nulla potrà farmi cambiare idea, che gli emiliano romagnoli siano gente alla quale il destino faccia un baffo: maniche arrotolate su e via a rimettere in sesto la propria vita quando la sorte decide di darle una piega diversa. Uno spirito che sento particolarmente vicino, vivendo sul confine con l’Emilia e condividendo con gli emiliani usi, costumi, tradizioni e mentalità.

L’emiliano romagnolo ignora cosa significhi piangersi addosso, ma conosce bene il valore del termine “darsi da fare”. L’ho visto con i miei occhi, l’ho sperimentato sulla mia pelle dopo il terremoto del 2012 e, costantemente, ci sono immagini che mi ricordando l’impegno e il cuore di un popolo, schiena piegata ma mai spezzata, calli alle mani, sudore e voglia di ricominciare. Sempre e nonostante tutto. Un popolo e una terra che hanno nel sangue una sorta “garra” uruguayana, una grinta al sapore di tigelle e Lambrusco, di piadina e Sangiovese.

Quest’immagine ne è un chiaro esempio. Dopo un violento temporale e raffiche di vento allucinanti, la spiaggia di Milano Marittima, crocevia vacanziero e mondano, era devastata: ombrelloni, sdrai e detriti ammassati. Ebbene all’orario aperitivo del giorno stesso, la spiaggia era tornata in perfette condizioni, come se non fosse successo nulla. Miracolo? No. Solo un popolo che non si arrende alla sfortuna, caparbio come chi vuole avere sempre l’ultima parola.

Me li immagino, i romagnoli, che in dialetto, passata la burrasca e preso atto dei danni, dicevano: “Va bene, mettiamo a posto e ricominciamo”. Senza lacrime o crisi isteriche, senza aspettare che dall’alto arrivasse la soluzione: gambe in spalla, olio di gomito e tutto torna come prima. Se non addirittura meglio. Sembra quasi di vederli, pelle tirata da anni di abbronzatura e sorriso tanto genuino quanto furbo, di chi sa che la vita non lo fotterà mai. Figuriamoci una tempesta. Federico Bonati