Caffè Lungo: Fuochi di parole

L’ultima puntata di “Un’ora d’autore”, il programma che conduco su Radio 5.9 con l’amico Nicola Pozzati, è iniziata con il commento di una notizia, la classica ultim’ora. Non succede mai, poiché si tratta di un format che parla di libri e dove si intervistano scrittori, ma questa volta abbiamo dovuto fare un’eccezione alla regola: in un programma basato sulla letteratura, quella notizia aveva il sacrosanto diritto di essere letta e commentata. A qualche notizia mi sto riferendo?

Ai libri bruciati in una delle cosiddette “casette dei libri” del Parco Amendola di Modena, ovvero lo sviluppo materiale di quella graziosa idea che è il book crossing; in sostanza, prendere un libro da leggere lasciandone uno già letto. L’esaltazione della condivisione culturale, la conoscenza alla portata di tutti, per capirci. Ebbene, io e il buon Nicola ci interrogavamo: è più grave che i libri siano stati bruciati per noia, per sfregio e divertimento o è più grave se dietro a ciò ci sia un disegno orchestrato?

Bruciare un libro, come ho avuto modo di ribadire in altre circostanze, è l’annullamento della propria condizione umana. Si crede di fare un danno agli altri, alla conoscenza, ma in realtà si fa un danno a sé stessi, spersonalizzandosi, divenendo nulla di più che automi che eseguono ordini come marionette (perché chi brucia i libri senza battere ciglio non può che essere un automa manovrabile, una persona con un minimo di sale in zucca si rifiuterebbe). E a costoro mi piacerebbe rivolgere una semplice domanda: perché?

Perché avete fatto ciò? Perché avete accettato di danneggiare un atto di condivisione e di cultura? Perché avete preso quella decisione? E perché, davanti al fuoco che ardeva, alle pagine incenerite, alle parole che bruciavano ma che vivono da altre parti immuni dai vostri gesti, non vi siete chiesti: “Ma perché lo sto facendo?”. E se non l’avete fatto, chiedetevelo adesso: perché? Federico Bonati